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Villa d'Adige e la Polenta

Villabona, prima culla italiana della polenta
Se è pur vero che il nostro Polesine non ha eccessiva copia di glorie storiche, sta il fatto pero’ che frugando e rifrugando nelle vecchie carte qualcosa di buono salta fuori, anche se si tratta di storia minore. La quale, a dire il vero, è quella migliore, perchè incruenta, come è questa, per esempio, della polenta.
Anche se non ci fossero documenti inequivocabili che stabilissero il Polesine come prima culla in Italia della gialla e morbida e pacioccona vivanda, che cosi’ volentieri si sposa col baccalà o con gli uccelli, col pesce o col sano formaggio di latte di mucca delle nostre campagne, (di quello senza etichette e senza pubblicità radiofonica) o con infinite altre specie di vivande, ci sentiremmo di doverlo affermare ugualmente in base ad una convinzione morale che è in ciascuno di noi, poiché girando per l’Italia la polenta la troviamo un po’ dovunque, ma qua condita con una cosa, là con un’altra;qui dura, li’ molle; in un paese a grana grossa, nell’altro troppo fine; ma la vera polenta, quello che è soltanto polenta, mangiata calda o fredda o abbrustolita davanti al riverbero diretto della fiammata di sterpi sul focolare o sulla graticola generalmente intrisa di un vago profumo di arringa e braciola di maiale e pancetta e pesce arrosto, quella polenta la troviamo soltanto da noi, nel nostro Polesine e nei paesi con esso confinanti delle province limitrofe.
“Una gloria veneta” è definito il mais, o granoturco, dal Messedaglia, il celebre medico e studioso che fu’ presidente dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona, nelle sue “Notizie storiche sul mais” pubblicate nel luglio del 1924 sul Quaderno Mensile dell’Istituto Federale di Credito per il Risorgimento delle Venezie.Oltre che gloria veneta poi il Messedaglia è lieto di definire la polenta gloria veronese-polesana, piazzando la base delle coltivazioni italiane a Villabona, il paesino cioè che nel 1867 muto’ il proprio nome in quello moderno Villa d’Adige.


"La polenta" - particolare (1740 ca) di Pietro Longhi (1702-1785)


Questo centro infatti apparteneva un tempo, assieme a Begosso, Castagnaro, Nichesola e Spinimbecco al veronese vicariato di Carpi (quest’ultimo paese, un tempo molto importante è ora una modestissima frazione di Legnago). Adesso Villa d’Adige appartiene come provincia a Rovigo, ed è frazione di Badia Polesine, e come diocesi a Verona e tale sua posizione dura dal tempo della caduta della Repubblica Veneta.Dopo la lunga premessa storica tendente a chiarire i vari punti controversi sulla questione appunto della introduzione in Italia della preziosa pianta, l’autore non esita a confermare, sulla scorta di uno studioso, il Ramusio, che proprio a Villabona, nell’anno 1554 “erano stati iniziati, verso quei giorni, degli esperimenti di coltivazione estesa – di “campi intieri” – di un grano nuovo per l’Italia, il mais d’America: mais di due varieta’, cioè a semi bianchi e a semi rossi.
In tema di granoturco si fece a lungo una grande confusione poiché con quell’appellativo generico di “turco” vennero confusi con sorprendente facilita’ vari tipi di graminacee. E la ricorrente parola “formenton” servi’ad ingarbugliare ancor piu’ la faccenda. Infatti con i due termini si nota che venivano ugualmente denominati il sorgo, la meliga, il miglio e numerose altre piante. Ne’ i disegni che corroborano le varie storie contribuiscono molto a chiarire. Il Messedaglia pero’ non difetta di chiarezza e con una serie di argomentazioni serrate scarta ogni ipotesi troppo vaga per portarsi a quello che è l’autentico “formenton” da polenta. Ne’ fà parsimonia di citazioni greche e latine e medioevali, e scomoda persino il grande Omero.Dopo tanta testimonianza non saremo certo noi a porre in dubbio quanto scrisse lo studioso veronese.
Non risulta neppure che altri l’abbia fatto. Qualche ricetta condotta negli archivi della millenaria Abbazia della Vangadizza, proprietaria a quei tempi delle terre in cui le prime piantagioni si sarebbero verificate, non ha approdato a nulla, per quanto io sia convinto che qualche testimonianza ci possa essere, tenuto conto che tutto l’alto Polesine, bonificato dai Monaci della Vangadizza, doveva al Monastero le decime dei raccolti, e che tali decime erano regolarmente registrate.
La parte piu’ consistente dell’archivio in parola fu pero’ passata da Napoleone all’Archivio di Stato di Modena, ed è forse là che qualche testimonianza si potrebbe trovare. Ma val la pena, domando, di scomodare tante carte e tanta vetusta polvere per la pur saporita ma umilissima polenta; per quella preziosa vicenda che a torto, secondo il Messedaglia, fu per tanto tempo considerata la causa della pellagra, mentre invece contribui’ a salvare tante vite umane in tempi di carestia; per quella polenta in virtu’ della quale gli abitanti del sud sono soliti chiamare noi del nord col nome di polentoni?

31 Ottobre 1951
Giovanni Beggio

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